Eventi

Sesto incontro – giovedì 15 aprile – Costruire storie per valorizzare realtà associative e attirare benefici

 

Benvenuti nella nostra Rubirca “Ci Si Vede in Rete”

Un bel gioco di parole, nato da un confronto costruttivo, per trovare il nome da assegnare a questo nuovo servizio: la rubrica on line del CSV di Vicenza “Ci Si Vede in Rete“.

Nei momenti di difficoltà, lo abbiamo detto e scritto molte volte, ciascuno esprime la propria fatica, si evidenziano gli ostacoli personali e di gruppo, emergono le ferite, le cose non risolte, il carattere che ci contraddistingue, l’operatività e i problemi, però la spinta che si genera può essere positiva, di sfida, di creatività. Anche noi, facendo tesoro dell’esperienza, dei percorsi obbligati, di quelli voluti e cercati, abbiamo messo in campo passione, amore, dedizione e speranza. Così abbiamo trovato nuove modalità per ri-allacciare i legami, per favorire il re-innesco dei circoli virtuosi disattivati, per un legame di cura. Già! Tutto passa per la cura, non soltanto sanitaria, ma anche sociale.

Ecco allora nascere l’esigenza di una nuova immagine, per gli incontri e i racconti on line, dove coinvolgere alcuni di voi insieme a tanti ospiti.

Ci siamo quindi, è nata la rubrica “Ci Si Vede in Rete” e presto riceverete tanti aggiornamenti, perchè a partire da febbraio avvieremo gli incontri e apriremo un blog dedicato, collegato al sito del CSV, e una sezione nella nostra newsletter.

Restate connessi!

Mario Palano, presidente
Maria Rita Dal Molin, direttore

 


CAROLA CARAZZONE

Segretario Generale di Assifero* dal 2014 e Presidente di Dafne-Donors and Foundations Networks in Europe, Carola Carazzone, avvocato specializzato in diritti umani con un master in Development Economics, sarà, assieme a Matteo Adamoli, la protagonista del sesto incontro di CSV – Ci Si Vede in Rete, la fortunata rassegna ideata dal Direttore del CSV di Vicenza, Maria Rita Dal Molin, con il coinvolgimento della giornalista Margherita Grotto.
Ospiti di spicco si alternano in questi incontri quindicinali per scandagliare tematiche attuali e di notevole rilevanza. Carola è madre di due figli, innamorata della montagna e delle sue Alpi. È la prima donna italiana membro e Presidente, dal 2021, di Dafne – Donors and Foundations Networks in Europe; membro del board di Ariadne (European Funders for Social Change and Human Rights), di ECFI (European Community Foundation Initiative), e del comitato editoriale di Alliance Magazine, il giornale internazionale di settore per la filantropia e social investment, e dell’Advisory Board di Vita. Fa inoltre parte del Comitato Consultivo di Ashoka Italia.

[* Fondata nel 2003, Assifero è l’associazione italiana delle fondazioni ed enti filantropici, soggetti non profit di natura privatistica che, per loro missione, catalizzano risorse private – finanziarie, immobiliari, intellettuali e relazionali – per il bene comune. Assifero, che si propone di promuovere una filantropia italiana visibile ed efficace, riconosciuta come partner strategico di sviluppo umano e sostenibile, è il punto di riferimento della filantropia istituzionale in Italia, associando oggi 121 tra le principali fondazioni private (di famiglia, d’impresa e di comunità) e altri enti filantropici, espressione di una volontà comune italiana in cui saperi, tradizioni, competenze e risorse finanziarie vengono messi a frutto per lo sviluppo umano e sostenibile del nostro Paese e di contesti internazionali]

Carola, in “CSV – Ci Si Vede… in rete” parleremo di “costruire storie per valorizzare realtà associative e attirare benefici”. Con lei ci concentreremo soprattutto su quest’ultima parte. Allora le chiedo: “come sta” la filantropia italiana? E quella europea?

La filantropia istituzionale italiana è molto giovane rispetto, ad esempio, agli Stati Uniti e ai Paesi Nordeuropei. La cultura del dono in Italia è millenaria ma, a differenza di donazioni e beneficenza, la filantropia strategica si è sviluppata nel nostro Paese solo negli ultimi vent’anni ed è in costante evoluzione, sia in termini quantitativi che qualitativi. Vive quindi un momento di gran fermento: secondo l’ultimo rilievo Istat il numero delle fondazioni nel nostro Paese è poco meno di 8.000 (2,2% del totale delle istituzioni non profit): sono la categoria cresciuta più rapidamente (+6%) del mondo del Terzo Settore. Caratterizzate a lungo da autosufficienza, solipsismo e isolamento, in considerazione della loro autonomia finanziaria, fondazioni ed enti filantropici a poco a poco comprendono l’importanza di collaborazione e partnership strategiche orientate alla missione e si stanno lentamente muovendo verso approcci più collaborativi, stringendo alleanze tra di loro, ma anche con altri attori. E come associazione nazionale lavoriamo proprio in questo senso: per permettere alla filantropia strategica di svilupparsi e crescere facendo sistema, mettendo a disposizione del bene comune il loro capitale finanziario, economico e immobiliare, ma anche intellettuale e relazionale, facilitando le collaborazioni e promuovendo la circolarità delle informazioni e l’impatto collettivo a tutti i livelli.

Sul piano istituzionale, in Italia come Assifero e in Europa come Dafne, stiamo lavorando per la costruzione di un ambiente abilitante per la filantropia per far sì che essa sia riconosciuta come partner strategico fondamentale dello sviluppo sostenibile e attore di riferimento con cui le istituzioni possono collaborare. Un importante risultato nel nostro Paese è l’entrata in vigore, prevista per aprile, del Registro Unico Nazionale del Terzo Settore e l’introduzione della categoria enti filantropici, che permetterà di dare una chiara identità collettiva alle fondazioni ed enti filantropici che lo vorranno, che non si identificheranno più solamente in un patrimonio destinato ad uno scopo. Per una filantropia così giovane come quella italiana, questo passaggio avrà conseguenze profonde sul futuro delle organizzazioni e sulla loro capacità di attrarre le future generazioni.

A livello europeo, invece, uno dei punti chiave su cui stiamo lavorando è l’introduzione del “mercato unico della filantropia” a livello europeo, in grado di supportare la collaborazione fra organizzazioni filantropiche in tutta Europa e di abbassare le barriere esistenti per potenziare l’impatto delle risorse stanziate da fondazioni per il bene comune. In Europa possono circolare merci, capitali finanziari, le persone, ma non ancora i capitali filantropici che subirebbero una doppia o tripla tassazione.

In un contesto così complesso, come è l’anno pandemico che stiamo affrontando, fondazioni ed enti filantropici, grazie all’autonomia e flessibilità con cui dispongono delle proprie risorse private (finanziarie ma non solo), possono fare la differenza? Se sì, come?

Certamente. Fondazioni ed enti filantropici si sono dimostrati attori importanti, dallo scoppio della pandemia, nel far fronte all’emergenza vista la loro possibilità di disporre in maniera repentina, direi immediata, autonoma e flessibile delle proprie risorse, finanziarie e non. A più di un anno dall’inizio di questa crisi, è, a mio avviso, il momento per le fondazioni ed enti filantropici di riflettere su alcuni punti fondamentali, a partire dall’impatto che come singoli e come collettività filantropica vogliamo avere nella società nel processo di ricostruzione. Vogliamo mantenere lo status quo o farci promotori del cambiamento sociale di sistemi fortemente diseguali e fragili che hanno mostrato tutte le loro debolezze e problematiche con questa crisi? Il 30 marzo 2021 hanno pubblicato una mia intervista nell’ambito del percorso Dialoghi sull’uguaglianza promosso da Acri, l’associazione italiana delle fondazioni di origine bancaria, in vista del loro XXV Congresso.

Tanti sicuramente i temi da affrontare, sia a livello italiano che a livello europeo, primo tra tutti l’evoluzione della cosiddetta funding practice, le modalità di finanziamento e rendicontazione imposte dagli enti filantropici alle organizzazioni del Terzo Settore che sostengono. Fino a oggi il finanziamento per progetti, focalizzato su un orizzonte di breve periodo, ha portato negli anni alla creazione di organizzazioni del Terzo Settore deboli, in perenne starvation cycle (letteralmente ciclo della fame), e che modellano e adattano la loro attività in base alle richieste presenti nei bandi delle fondazioni ed enti filantropici invece che perseguire al meglio la propria missione. Per affrontare le sfide sistemiche del nostro tempo, le fondazioni e gli enti filantropici possono collaborare con gli enti del Terzo Settore in un modo nuovo e innovativo, aumentando i finanziamenti destinati alla missione attraverso il supporto alle organizzazioni (core support), forme di supporto flessibili dedicate a coprire i costi struttura e che possano essere accantonate a patrimonio dagli enti. Sono già emersi segnali positivi, in questo senso: a marzo 2020, Dafne ha scalato a livello europeo l’appello che come Assifero avevamo precedentemente promosso nel nostro Paese, invitando le fondazioni ed enti filantropici a sottoscrivere una dichiarazione d’impegno per modalità di supporto più flessibili e per approcci collaborativi, più abilitanti meno pianificanti, con gli enti che sostengono. Abbiamo raccolto 186 firme, 46 delle quali da organizzazioni italiane. Ora la vera sfida sarà far sì che queste pratiche vengano integrate permanentemente all’interno delle organizzazioni per poter permettere alle organizzazioni del Terzo Settore di sprigionare il loro potenziale e raggiungere il cambiamento sociale desiderato.

Infine, cresce la consapevolezza delle risorse che le fondazioni ed enti filantropici possono mettere a disposizione: non solo risorse finanziarie ma anche capitale sociale, intellettuale, relazionale e immobiliare. È il momento di chiedersi dunque, a livello di singolo ente, quali strumenti operativi, oltre alle donazioni a fondo perduto, si possono utilizzare, per raggiungere la propria mission e stiamo sperimentando dei nuovi modelli interessanti come le “donazioni a fondo perduto quasi recuperabili”.

Stiamo vivendo un momento storico unico, una grande esperienza di empatia collettiva. Sta a noi cogliere le opportunità generate da questa disconnessione profonda della storia, che avrà conseguenze non ancora del tutto decifrabili, ma che sappiamo essere un punto di non ritorno. Fondazioni ed enti filantropici, se avranno l’umiltà e flessibilità di evolvere, investire su loro stesse e sulle organizzazioni del Terzo Settore che supportano, accogliere una mentalità sistemica, potranno essere agenti di cambiamento sociale chiave in grado di lasciare alla prossima generazione un mondo migliore.

 


MATTEO ADAMOLI

Matteo Adamoli non è nuovo al CSV di Vicenza. Coinvolto in alcuni webinar, torna a “metterci la faccia” (e la voce) per far luce sulle narrazioni virtuose. Docente universitario a contratto di Pedagogia della comunicazione, Media Education e Digital Storytelling presso l’Istituto Universitario Salesiano di Venezia (Iusve), Matteo è dottorando in Epistemologia della pedagogia e della didattica, formatore per attività comunicative volte alla progettazione e all’uso educativo, strategico, narrativo e sociale dei media, nonché ideatore del format creativo Bookasface e giornalista pubblicista.

Matteo, quanto contano le parole in un mondo comunicativo orientato sempre più al visuale? E quanto conta un buon storytelling nella comunicazione sociale?

Il linguaggio, nelle sue varie declinazioni, è alla base della convivenza e socialità umana. Nella comunicazione sociale assume un valore fondamentale la capacità di raccontare e raccontarsi perché i gruppi sociali e le comunità si basano sui capitali narrativi. Oggi giorno questi capitali si formano e si alimentano non solo in spazi fisici formali (es. riunioni, incontri, assemblee, comitati), ma anche in spazi digitali (es. gruppi di messaggistica; formazioni a distanza; comunità on line).

Gli strumenti digitali si trasformano quindi in spazi di relazione e condivisione che utilizzano alfabetici fatti non solo di oralità ma anche di immagini, grafiche, suoni, video che il mondo del terzo settore deve imparare a utilizzare per presidiare questi luoghi. Lo storytelling, inteso come pratica comunicativa, è una metodologia molto efficace all’interno di questi nuovi spazi perché permette al mondo delle associazioni di comunicare sia al loro interno che all’esterno in maniera adeguata la propria identità e attività.

Ci può dare 3 consigli pratici per una buona narrazione orale e 3 consigli pratici per una buona narrazione digitale?

Ogni narrazione, compresa quella orale ha bisogno di una progettazione che tenga conto del messaggio che si vuole comunicare e dei destinatari a cui questo messaggio è rivolto. Quando alla narrazione tradizionale aggiungiamo la mediazione di strumenti digitali per la creazione di prodotti comunicativi (es. video; post; podcast) è necessario organizzazione i contenuti in un sistema coerente, retto da una struttura narrativa, in modo da ottenere un racconto costituito da molteplici elementi di vario formato quali suoni, immagini, testi. La forma poi deve aderire alla sostanza di quello che viene comunicato perché la comunicazione sociale ha come finalità la promozione e diffusione di idee, pratiche e significati legati ai valori della solidarietà sociale, dell’inclusione e della giustizia.

 

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